Juliette – Capitolo 21

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Tutto in lei parlava di abbandono prolungato, di anni di pioggia e vento lasciati liberi di fare il loro lavoro. Eppure era lì che Juliette diceva di abitare.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – Capitolo 21
di Nigthafter

Juliette – Capitolo 21

Il gendarme Étienne Lebrun rabbrividì nel giaccone antipioggia.
L’aria gelida del porto gli entrava nelle ossa mentre sfilava sulla banchina, lanciando a voce rauca l’allarme: il peschereccio di Yann Le Roux non era rientrato.
Chiedeva a ogni imbarcazione ormeggiata se, nella notte, qualcuno ne avesse incrociato la barca.
La nebbia era stata troppo fitta. Nessuno aveva visto nulla.
Eppure, con la solidarietà antica dei pescatori di Escalles-sur-Dunes, tutti cominciarono a mollare gli ormeggi per rimettersi in mare.
Il CROSS Gris-Nez attivò subito il coordinamento delle ricerche.
Fu informato il Préfet maritime de la Manche et de la mer du Nord.
Furono allertati il SNSM delle stazioni locali della Côte d’Opale e la Capitaneria del porto di origine del peschereccio.
Un MAYDAY RELAY partì sulle frequenze: tutte le navi presenti nell’area dovevano sorvegliare o dirigersi verso la zona, se ne avevano possibilità. Canotti e vedette di salvataggio scivolarono nell’acqua grigia.
Elicotteri Alouette III della Marina si sollevarono nel cielo basso, cercando frammenti che affiorassero tra le onde.
La ricerca fu meticolosa, corale, senza risparmio di mezzi, per numerose miglia intorno alla abituale zona di pesca del Le Roux.
Si estese in latitudine e longitudine per giorni interi.
Alla fine non restò che arrendersi alla dura evidenza:
di Yann Le Roux e del suo peschereccio non si era trovata traccia.

Marcel Dubois lesse la notizia soltanto la mattina dopo, a colazione.
René gli aveva messo sul tavolo, accanto al caffè, una copia de La Voix du Nord.
Il titolo occupava quasi mezza pagina: ”Peschereccio scomparso al largo di Escalles. Ricerche senza esito.”
Marcel sollevò lo sguardo mentre René arrivava con la seconda caffettiera.
Ha letto, René?
- Sì, monsieur. Uno spiacevole incidente.
- Lo conosceva?
- Qui ci conosciamo tutti. Se l’avessi saputo ieri sarei uscito col mio Guy Couach. Adesso sarebbe solo tempo perso.
- Non pensavo potesse spingersi così al largo.
- Oh, certo che può. Arriva fino alle coste inglesi senza problemi.
Lo disse con un sorriso di malcelato orgoglio.
Un sorriso che a Marcel parve fuori luogo.
Poco dopo, in reception, salutò madame Auger.
- Bonjour, madame. Ha sentito del nuovo incidente?
- Purtroppo sì. La moglie di Yann ha avuto un mancamento ieri sera. Il medico le ha dovuto dare un cardiotonico.
- Immagino quanto sia stato duro il colpo, povera donna.
- Il mare sa essere crudele monsieur...
- Volevo avvisarla: non mi attenda a pranzo. Faccio un giro nell’entroterra. L’auto è ferma da una settimana, non vorrei ritrovarmi con la batteria a terra.
- Come crede, monsieur. Buona passeggiata.
- Grazie, madame.Fuori la giornata era grigia, uggiosa.<
Il vento tagliente frustava le bandiere sul pilone davanti al parcheggio, facendole schioccare con un rumore secco e insistente.
Marcel infilò la chiave nel blocchetto d’avviamento.
L’Alfa Romeo Spider 2.0 rispose subito, con un ruggito basso e deciso.
Lasciò il parcheggio e prese la strada verso l’entroterra.
Alle sue spalle, il mare scomparve nella nebbia.

In realtà poco gli interessava quella mattina del paesaggio nell'entroterra, la macchina imboccò la salita verso la collina.
La strada secondaria si snodava tra le colline dell’entroterra della Côte d’Opale come una cicatrice dimenticata.
Era stretta, sconnessa, con il manto d’asfalto ormai ridotto a un mosaico di crepe e buche dove l’acqua piovana stagnava in pozze grigie.
Ai lati, i campi ondulati si aprivano a perdita d’occhio, interrotti soltanto da filari di pioppi storti dal vento e da siepi di biancospino cresciute in disordine. Marcel teneva le mani ferme sul volante dell’auto, cercando di anticipare le sconnessioni.
Ogni tanto la sospensione scricchiolava in protesta, e il motore emetteva un brontolio basso, quasi seccato di dover farsi strada in un percorso tanto accidentato.
Il cielo, basso e opaco, pesava sulle creste delle colline; di tanto in tanto una raffica più forte faceva ondeggiare l’erba alta e portava con sé odore di terra umida e di foglie marcescenti.
Dopo un’ultima curva cieca, la strada cominciò a salire più decisamente, diventando poco più di una pista sterrata bordata di fossi pieni di ortiche.
Lì, improvvisamente, apparve la villa.
Sorgeva isolata su un piccolo rialzo, circondata da un parco invaso dai rovi.
Le finestre cieche, alcune chiuse da assi marce, altre spalancate sul vuoto; l’intonaco scrostato a larghe placche, lasciando scoperto il mattone rosso scuro; il tetto parzialmente sprofondato, da cui spuntavano ciuffi d’erba e un comignolo storto.
Tutto in lei parlava di abbandono prolungato, di anni di pioggia e vento lasciati liberi di fare il loro lavoro.
Eppure era lì che Juliette diceva di abitare.

Lasciò la macchina sul ciglio del sentiero in prossimità del cancello diroccato della villa.
Indugiò un momento per osservare meglio il posto e caricare la prima pipa della giornata.
Lottò per qualche istante nell'accendere il tabacco: il vento si ostinava a spegnergli la fiamma dell'accendino.
Notò che il terreno su cui posava i piedi portava ancora i segni dell’incendio di cui aveva letto nella prima settimana in cui era arrivato ad Escalles-sur-Dunes.
Un’ampia chiazza nera, irregolare, dove la vegetazione era stata ridotta in cenere e il suolo stesso sembrava essersi ritratto, come ustionato.
Il suolo era annerito, scricchiolante sotto i piedi, impregnato di un odore acre e persistente di gomma bruciata e carburante che nessun temporale era ancora riuscito a cancellare.
Sapeva il cielo che diavolo ci fosse venuto a cercare in quel posto quel disperato, con un furgone pieno di taniche di benzina, per finire poi carbonizzato col suo stesso mezzo.
Marcel attraversò il giardino invaso di sterpi rinsecchire, un intrico selvaggio di rovi, alberi cresciuti senza cura che il vento aveva piegato come membra artritiche e cespugli di ortiche.
Salì tre lunghi gradini in “pierre de Marquise” che conducevano al patio colonnato su cui si apriva la porta d'entrata...
Il marmo sotto i suoi passi era annerito e cosparso di muffa verde marcio che li rendeva scivolosi sotto la pioggerella.
Spinse il portone d'accesso socchiuso.
Il legno gemette. L’odore lo colpì subito: polvere antica, legno umido, muffa e qualcosa di metallico, come ruggine coagulata.
L’aria era ferma, pesante, e sembrava non essere stata mossa da decenni.
L’ingresso si apriva in un atrio vasto, avvolto in una penombra grigiastra che filtrava a stento dalle finestre sporche.
La luce del tardo mattino si spegneva contro i vetri opachi.
Boiserie di quercia tarlata fino a mezza altezza lungo il perimetro dei muri, ragnatele fitte come veli.
Al centro, monumentale, saliva la grande scala.
Marcel salì con cautela alcuni gradini. Il legno gemette.
Era mezzo marcio, con i gradini centrali incurvati, anneriti dall’umidità.
Alcuni presentavano crepe profonde, altri cedevano sotto il peso, rilasciando un suono sordo e inquietante.
La ringhiera era spezzata in più punti, ragnatele pendevano dai pioli come drappi funebri, oscillando appena al passaggio d’aria che Marcel stesso aveva creato.
Un lampadario di cristallo pendeva ancora, ma molti bracci erano rotti e i prismi opachi di polvere.
Marcel avanzò nel piano superiore.
I passi affondavano in un tappeto ridotto a straccio sbiadito.
Oltre venti stanze, tra piano terra e primo piano.
Camere da letto con letti a baldacchino sventrati, materassi collassati, lenzuola grigie di polvere.
Uno studio con librerie vuote o piene di volumi gonfi d’umidità, le cui pagine si erano fuse in blocchi inestricabili.
Un grande salone per le feste si apriva a sinistra: soffitto a stucchi ormai scrostati e anneriti, specchiere alte che riflettevano solo ombre deformi e ragnatele, parquet sollevato a onde, come se qualcosa sotto di esso si fosse gonfiato e poi ritirato.
Le tende, pesanti e rosse, pendevano a brandelli grigi e irrigiditi dalla polvere.
Tutto appariva fatiscente e deserto, una sensazione di rovina che permeava l'aria stessa aggredendo la gola.
Nessun segno di presenza recente, nessuna traccia di vita se non quella degli insetti e dei ragni o di escrementi di topo.
Tutto il resto era silenzio denso, come se la casa ascoltasse. Sembrava in attesa.
Marcel si fermò, la pipa spenta tra le dita.
Per un istante ebbe la netta impressione che la casa trattenesse il respiro insieme a lui.
Lefebvre. Una famiglia nobiliare, sì. Ma qualcosa di più antico e ostile sembrava aver preso possesso di queste stanze dopo di loro.
Non capiva perché Juliette gli avesse mentito in modo così grossolano.
Né lei né nessun altro poteva abitare qui da decenni.
Quella mancanza di sincerità lo irritava più di quanto volesse ammettere.
Ma perché raccontargli una menzogna tanto sciocca e immediatamente rilevabile?
Quella donna era una continua sorpresa e un continuo mistero.
Uscì dalla villa avvolto da pensieri cupi.

Oltre il cancello si trovò davanti a un grosso setter che lo puntò con aria affatto amichevole, al basso ringhio del cane Marcel si arrestò con cautela.
Si guardò intorno indeciso su che fare, tenendo d'occhio la bestia.
Se c'era una cane ci sarà stato anche un padrone, pensò.
Infatti al risuonare di un fischio prolungato l'aimale drizzo le orecchie e si precipitò oltre la curva del sentiero occultata da alberi e fusti di arbusti.
Marcel tirò un respiro di sollievo, ci sarebbe mancato anche che un cane lo aggredisse per rendere piena quella mattina.
Mentre si apprestava alla macchina, a passo lento sul sentiero fangoso, dalla curva del sentiero riapparve il cane seguito dal padrone, un cacciatore.
Un uomo di mezza età, robusto, avvolto in un impermeabile verde oliva scuro e stivali di gomma pesanti.
Portava un fucile spezzato sotto il braccio, il grande setter inglese dal mantello bianco e arancio, tutto inzuppato, con le orecchie penzoloni e il pelo appiccicato al corpo lo precedeva di un metro.
Nel silenzio della scena si udivano solo il suono umido dei passi dell'uomo e il leggero tintinnio del collare del cane.
Il setter si fermò un attimo, naso al vento, poi scodinzolò debolmente, guardando il padrone.
Il cacciatore alzò lo sguardo. Aveva il viso segnato dal vento e dalla salsedine, la barba di qualche giorno e occhi chiari, stanchi ma attenti.
Senza sorridere, inclinò leggermente il capo in un cenno di saluto sobrio, tipico della gente di qui.
- Bonjour - disse con voce rauca, bassa.
- Bonjour - rispose Marcel.
L'animale si avvicinò di qualche passo, annusando l’aria in direzione di Marcel, ma senza più mostrare aggressività.
Poi l'uomo guardando prima l'auto e poi Marcel, disse:
- Lei non è di queste parti vero?
Marcel sorpreso da quella domanda che sembrava più una constatazione, rispose.
- No. Vengo da Parigi. Da cosa lo ha capito?
Poi capì d'aver posto una domanda pleonastica e subito aggiunse con un sorriso:
- Ha visto la targa della mia auto...
L'uomo fece di no col capo, i suoi occhi vede.azzurro ebbero un bagliore divertito.
- Solo uno straniero potrebbe fermarsi a parcheggiare qui. - disse indicando la villa .
- Perché dice questo monsieur?
- Mi chiamo Robert Caron – disse l'altri presentandosi. - Lo dico poiché questo posto porta sfortuna, è un luogo maledetto e qui lo sanno anche le pietre.
- Piacere. Io sono Marcel Dubois, vengo da Parigi e scrivo romanzi del terrore. Si strinsero la mano.
- Sono qui perché cerco una persona. - disse marcel.
- E la cerca in questo posto? - rispose l'uomo con ironia, indicando la villa alle loro spalle.
- Sì cercavo Juliette Lefebvre, la conosce?
- Chi non la conosce qui monsieur. Ma arriva in ritardo, quella donna non abita più in quella casa da oltre quart'anni.
Marcel sorrise. - Non si tratta di quella Juliette, ma della nipote che porta lo stesso nome.
- Sarà pure. Ma non ne ho mai sentito parlare.
Calò un attimo di perplesso silenzio.
- Ad ogni modo, come dicevo scrivo storie misteriose. Pertanto sono interessato a quella della Juliette Le febvre scomparsa dalla fine della guerra. Lei ne sa qualcosa monsieur Caron?
- Ne so per grandi linee, come tutti qui. Se le interessano i particolari dovrebbe chiederne ai due ex partigiani ancora in vita. Furono loro ad attaccare il drappello dei tedeschi in fuga, col loro colonnello e la Lefebvre.
- Dice sul serio? E chi sarebbero?
- Sarebbero stati in tre fino all'altro ieri, ma uno è scomparso in mare e lo stanno ancora cercando. Ad ogni modo chieda di Maël Morvan e di René Vasseur, loro c'erano.
Marcel ebbe un attimo di smarrimento.
- Ma intende lo stesso René del D&B di Madame Auger, quello che è stato un legionario?
- Sì lui, e Morvan erano dello stesso gruppo di partigiani.

(Continua)



Juliette – Capitolo 21 testo di Nigthafter
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